La giara era enorme, panciuta, la badessa! Si faceva ammirare davanti alla fabbrica che era stata di don Gaetano Armao a...

Scritto il 07/01/2026
da Comune di Santo Stefano di Camastra

La giara era enorme, panciuta, la badessa! Si faceva ammirare davanti alla fabbrica che era stata di don Gaetano Armao a Santo Stefano di Camastra. Un ragazzo di quindici anni si fermò a guardarla. Si chiamava Luigi, Luigi Pirandello. Quell’opera di bravura dei ceramisti stefanesi gli sarebbe rimasta addosso per tutta la vita.
A Santo Stefano, dove sono nato, terra, acqua, aria e fuoco da secoli si sposano nella stessa arte, quella che trasforma l’argilla in forma, in colore, in resistenza, bellezza. È così che nasceva la ceramica: non come ornamento, ma come lavoro. Mani che scavano, impastano, torniscono, cuociono, stagnano, pittano. Generazioni si sono tramandate un sapere senza bisogno di scriverlo, non a tutti i figli: solo a quello reputato più capace dal capostipite.
Quella sapienza, a un certo punto, è diventata letteratura.
Accade quando Pirandello sceglie una creazione nata qui come protagonista di una novella: La Giara. Per la prima volta fu pubblicata il 20 ottobre 1909 sul “mio” Corriere della Sera. Adesso quel capolavoro è di nuovo in edicola su 7Corriere, il nostro settimanale diretto da Barbara Stefanelli. I classici fanno questo: non si consumano, ritornano.
Per capire da dove nasce quella giara bisogna tornare indietro, all’estate del 1882. Pirandello è poco più che un ragazzo e - ricostruì il maestro Vincenzo Consolo - compie il suo primo vero viaggio. Parte con il padre Stefano, che dopo il crollo dello zolfo tenta una nuova strada: agrumi e olio d’oliva. La destinazione è Sant’Agata di Militello, dove vive Vincenzo Faraci, proprietario terriero e agente della Florio-Rubattino. Treno fino a Termini Imerese, poi diligenza. La Sicilia gli scorre davanti agli occhi e non è quella che aveva dentro. I nomi delle antiche vestigia risuonano come promesse: Solunto, Himera, Halaesa. Il verde degli agrumeti lascia spazio ai golfi, alle calette, al mare tirrenico. Alle spalle si alzano le Madonie e i Nebrodi, frontiera netta con l’interno arido, spoglio, segnato dal latifondo e dallo zolfo. E Luigi si accorge che, dopo Termini, oltre Cefalù, il mondo rumoroso del Palermitano cambia tono, si attenua, si fa più sobrio. Persino i carretti perdono colori, diventano giallastri, verdastri. Tutto prende una misura diversa. Più composta.
È qui che il viaggio fa tappa a Santo Stefano.
Un paese ricostruito dopo l’alluvione del 1682 su una terrazza affacciata sul Tirreno. Non cresciuto per accumulo disordinato, ma disegnato: un rombo dentro un quadrato. Ordine, aria, spazio. Un paese pensato. Bello. Ma sotto quella esoterica e massonica geometria pulsa altro.
Santo Stefano è sì certo sede di un casato di principi come i di Napoli, i Gomez de Silveira Ferreri e i Lanza. Ma Santo Stefano più che nobiltà è fatica. È lavoro.
Dalla fine del Settecento l’argilla diventa destino. Ai margini ci sono le purrere, le cave. Gli stazzuna. Le putie aperte sulla strada statale. La creta scavata, portata a dorso di mulo, poi impastata a piedi nudi, secondo gesti antichi, e i manufatti messi al sole ad asciugare. Quartari, bummuli, lumi, giare. Oggetti fatti per servire, prima ancora che per essere ammirati.
Almeno sin quando a cambiare il passo non arriva don Gaetano Armao, il primo vero imprenditore delle ceramiche stefanesi. Intuisce che quel sapere può diventare sistema. Le maioliche cominciano a viaggiare: in Italia, in Europa, in Africa. Non folklore, economia vera: 15.000 riggiole al mese escono dalla fabbrica "ru cianu" (rigorosamente senza acca). Intorno a lui, patriota e sindaco, al cugino Gaetano amato arciprete e stratega politico, c'è una comunità che lavora, produce, resiste.
Ed è davanti al palazzo-catalogo degli eredi di quel don Gaetano Armao che il giovane Luigi si ferma.
Tra le forme esposte ce n’è una che domina tutte le altre. È enorme, panciuta, solenne. Alta come una badessa. Una giara.
Fabbricarla è un’operazione delicatissima, riservata ai mastri più esperti. Si lavora per fasi, al tornio. Sulla base asciutta si innestano le fasce, una dopo l’altra, fino alla pancia, alle spalle, al collo, alla bocca. Poi la stagnatura, l’invetriatura con il piombo ossidato, l’infornata. In stagione d’olio, davanti alle botteghe se ne allineano decine, di tutte le misure, illuminate dall’ocra del tramonto come un corteo solenne.
A Sant’Agata Luigi ritrova Carmelo Faraci, compagno di scuola a Palermo. L’amicizia cresce. Negli anni successivi divideranno una stanza in città, finché la vita non presenterà il conto. Carmelo si ammalerà di tisi e tornerà a rifugiarsi sopra Sant’Agata, nei boschi di Mangalavite.
Nell’agosto del 1887, dalla villa del Caos, Pirandello gli scrive. È deluso, inquieto, sembra sconfitto. Parla di una vita che “si è fatta brutta”. E confessa che a spingerlo è stata una dolcissima memoria del passato. Dentro quella memoria ci sono due forme antiche e decisive: l’ulivo e la giara.
"La giara" nasce così.
Prima novella, poi teatro. Nel mezzo ci sono il lavoro burocratico, la prigione domestica, la guerra, il figlio prigioniero, la madre morta, la moglie ormai irraggiungibile. Scrivere diventa una necessità fisica. Grazie all’incontro con Nino Martoglio e al talento della compagnia di Angelo Musco, Pirandello trova nel teatro una via di fuga, di luce, di respiro.
Ma in fondo a tutto resta quell’immagine iniziale.
Una giara vista da ragazzo, a Santo Stefano. Arrivata “ch’è poco”. Grossa, alta a petto d’uomo. “Pare una badessa”.
A volte la letteratura nasce così. Da un paese che lavora. Da un oggetto che resiste. Da una memoria che non chiede permesso e non se ne va più: immortalando un paese. Per sempre.